giovedì 11 dicembre 2014

Il vortice dell'oggi e del domani

Tutto quello che abbiamo, tutto quello che ho, sono l'oggi e il domani. 

Quando però ti prende la paura, quella paura fottuta, quella che ti immobilizza gli occhi nel vuoto e ti fa tremare le gambe... Ecco, quando ti prende quella paura, ti sembra di non avere più niente, di aver perso tutto, ogni controllo su di te, sulla tua vita, sul tuo oggi e sul tuo domani. Ti senti inerme, trasportato dalla vita che vivrai come se avessi la certezza che sarà lei a vivere te. 

Che vita vissuta avrò? Cosa dovrò affrontare? Cosa riuscirò a salvare nelle tempeste che verranno? Cosa perderò? Di cosa mi pentirò? E, in ultimo, il peggio: mi renderò mai conto di cosa e come ho perso? Avrò mai la consapevolezza che mi porterà al rimorso? O sarò un mostro... Uno di quelli rinchiusi nella propria testa, tanto convinti dei propri errori e tanto codardi da non poter uscire dalla testa a vedere le cose con altri occhi, altri pensieri, altre convinzioni...? 

Cosa posso fare, oggi, per il domani... Cosa posso dire oggi, per domani... Cosa posso pensare oggi, per domani...

Sarò sempre in grado di vivere oggi e pensare a domani, come se vivessero l'uno per l'altro? Sarò in grado di farli Amare, fin nel profondo, a farli comprendere vicendevolmente, a non farsi dare colpe l'uno con l'altro, a prendere una giornata dell'oggi e farla diventare una giornata del domani... E, ancora, sarò in grado di uscire dalla mia testa e far uscire dalla sua testa chi ci si è barricato, forse con in braccio un fucile, puntato verso di me, verso il mio oggi... E verso il mio domani...? 

A chi posso chiedere la forza...? A Dio, forse. O a me. O a chi mi sta intorno e magari non capisce. Già, magari non capisce e forse è meglio... Perchè questo è un vortice che inghiotte chi si avvicina, chi prende consapevolezza della sua esistenza ci si perde... per uscire fuori serve un braccio amico che resti con i piedi saldi a terra e, con ingenuità, ti dica: "non è niente, si vedrà."

                     

venerdì 5 dicembre 2014

#Racconto 12 - La cartomante

Sola se ne stava, nell'angolo la cartomante. Guardava la folla passarle davanti mentre si rifletteva nel suo occhio di vetro. Nella bocca pochi denti, sul volto troppe rughe, le mani accartocciate e al collo un talismano. La grande pietra blu sembrava accendersi sotto le luci della casa degli orrori mentre,in sottofondo, scorrevano veloci e lontane le grida degli avventori e la nenia di quello che sembrava un gigantesco carillon.  

Camminavo nell'incanto delle luci, dei colori e dei profumi del luna park ma, ad un tratto, una forza mi trattenne. La mia mano era finita in una morsa gelata, spalancai gli occhi e mi girai di scatto. Era la cartomante che mi teneva mentre cercava il mio sguardo. "Il tuo destino ti attende!" Sussurrò con un filo di voce mentre con l'altra mano mi mostrava le sue carte. La sua figura mi inquietò e, così, scappai.

Sola se ne stava, nell'angolo, la cartomante, a predire il futuro agli avventori che, con volti sorridenti, si approcciavano a conoscere i disegni del destino, vivi sulle carte.

Restai a guardarla da lontano, la cartomante, mentre esaminava le sue carte che si facevano futuro e mi sembrò che il suo occhio mi guardasse e un brivido di freddo mi percorse. La donna si alzò contenta lasciando sul tavolo una buona mancia che, famelica, la cartomante, mise nella tasca acconto al cuore.

Sola se ne stava, nell'angolo, la cartomante mentre le ombre scomparivano e la musica lasciava il posto al silenzio della notte. Guardò la luna, la vecchia, e sembrava sorriderle benigna.

Ancora la scrutavo, dal mio posto sicuro, la vecchia cartomante.... Fin quando qualcosa di assurdo accadde. Si alzò in piedi finalmente e, mentre raccoglieva le sue carte, la luna lasciò il posto al primo raggio di sole che, toccando il suo talismano blu come il fondo del mare, la portò via.

Scomparve come la notte, la cartomante, ma dalla sua figura, nella trasparenza, volò qualcosa che si posò ai piedi del suo adornato tavolino. Aspettai gli altri raggi del sole per avvicinarmi e soprire cosa fosse.

Una carta blu, come la sua pietra. 

Mentre mi domandavo cosa volesse significare nel suo linguaggio quel messaggio, un alito di vento portò una voce roca: "Fortuna...". Con lo sguardo agghiacciato mi girai ma ciò che trovai fu solo un'altra folata di vento. 

Sola se ne stava, nel vento, la cartomante.


                                    


mercoledì 5 novembre 2014

Piangi sotto il vento che trascina via le lacrime e vorresti che anche la tristezza con un soffio volesse via. Restano gli occhi che bruciano e bruciano.

giovedì 2 ottobre 2014

#Racconto 11 - Will e Jack

Due amici, Will e Jack, fanno una passeggiata per la città. Arrivati in una delle grandi piazze si accorgono che è stato installato un nuovo monumento dalla forma bizzarra.
Stupiti e divertiti i due cominciano a domandarsi a chi sarà dedicato, chi ne sarà l'autore, cosa potrà rappresentare... I due continuano a ridere immaginando le somiglianze più strane! Ciò almeno fino a quando Will non domanda: "ma... Secondo te, quanto sarà alto?"
Jack si tocca la punta del naso e risponde: "mah, non so... Secondo te?"
Will si tocca il mento e risponde: "una paio di mentri come minimo!"
E Jack sgomento si tocca la punta del naso ed esclama: "ma no Will! Sarà un metro e settanta al massimo!"
Will è sconcertato! "Ma Jack... È impossibile!"
I due battibeccano per un po' ma poi a Will viene una grande idea: tira fuori un grande metro e dice: "vediamo!".
Will misura il monumento con accuratezza, si tocca il mento e sentenzia: "due metri e dieci centimetri!", facendo un sorriso trionfante.
Ma Jack non ci sta. Si tocca la punta del naso e dice: "hai misurato male! So io il modo migliore!"
Jack sale tre rampe di un palazzo con il metro in mano, poi si ferma ad una finestra, poggia il metro sul vetro e dice: "ecco! Un metro e sessantacinque!"
Will strabuzza gli occhi! "Jack - urla- ma cosa dici? Fai sul serio?"
Jack sostiene fermamente che la sua misurazione è stata più accurata e i due cominciano a discutere.
"La verità è che non accetti il fatto che guardare le cose con distacco aiuta a considerarle nel loro complesso!", sostiene Jack. 
Will cerca di ribattere "ma le misure non si possono prendere la lontano!",
"E chi lo dice?"
"la prospettiva, Jack!"
"Ma non le ho prese da lontano!"
"ma non ti rendi conto che hai salito tre piani per poter fare la tua misurazione?"
Jack a quel punto esce di senno e comincia a dare del degenerato all'amico che, sconvolto, decide di andare via. "Come vuoi tu, Jack!", gli grida girando le spalle. 

Povero Will e povero Jack. 

domenica 14 settembre 2014

Il Meglio

Penso a quanto sia difficile percorrere il cammino della vita essendo sempre fedeli a se stessi, in modo da guardarsi, un giorno, e dire: ogni passo della mia vita mi ha diretto qui, dove volevo arrivare e laddove avevo sbagliato direzione, ho corretto il tiro. È difficile fare in modo che ogni ambito della propria esistenza sia collegato ad una scelta che sia quella della vita, per evitare di dire: ho speso tanto tempo della mia vita in qualcosa che non ero io, che non era per me. Pensiamo ad una relazione sbagliata e logorante, ad anni universitari che vanno, mentre, forse, un'altra scelta ci avrebbe fatto perdere meno tempo e ci avrebbe soddisfatti di più, oppure pensiamo agli sforzi per mantenere amicizie, rapporti, inutili, che non ci lasciano assolutamente nulla.
È difficile pensare alla propria vita come la si vorrebbe e alla propria vita com'è... E restarne comunque felici, sentirla comunque propria e non imposta da errori o da situzioni contingenti. 

A questi tormenti, a questi pensieri ingarbugliati e complessi, rispondo ogni giorno contrapponendogli, invece, un semplice pensiero, lineare e rassicurante: prendere il meglio da ogni passo, anche imposto, della nostra esistenza. Coraggio, accettare la vita come viene e "farne un capolavoro", come esortava a fare Karol Wojtyla. 
Tutti possiamo sentirci portati per una vita migliore... Ma quale vita? Una che non è la nostra, che non è qui, che non ci porta, che non ci appartiene, anche se migliore. Sognare è inutile, fare è decisamente meglio.

Correggere il tiro dove si può, ma dove non è possibile, credere, fermamente, fortemente, che ciò che è venuto è stato il meglio. Perchè ne farò il Meglio. 

giovedì 11 settembre 2014

La Nascita di Dio

Dio, a parer mio, è nato una notte, durante un grossissimo temporale. C'era la pioggia che batteva forte ed ininterrotta, c'erano lampi che squarchiavano la notte, tuoni che ne squarciavano il silenzio e fulmini che, invece, squarciavano ogni cosa. L'uomo, quello primitivo, era solo. Solo, rispetto all'immensità di qualcosa che, se avesse voluto, lo avrebbe cancellato dalla terra. Non quella che poi avrebbe creduto piatta e poi avrebbe scoperto sferica e poi non proprio sferica. Lo avrebbe fatto scomparire da lì, da quella terra di quel bosco, tra le montagne. 


Era in una grotta, quella notte (noi oggi non sappiamo nemmeno se esistono ancora le grotte). Era con altri simili a sè, gente che amava, anche se non sapeva bene come e perchè. Sì, ma erano tutti soli. Dinnanzi alla Fatalità della natura non avrebbero potuto proteggersi a vicenda. 
Come si fa a dormire quando tutto trema? Noi non tremiamo più la notte, lontani dalla natura, nelle nostre case di cemento armato.

Dio è nato dalla paura che lui potesse ucciderci tutti. Dio è nato di notte, quando tutto fa più paura. Dio è nato dal pianto di un bambino, quello dell'uomo preistorico. 
I bambini hanno più paura delle cose, di tutto. Si sentono intimamente connessi con tutto e a loro importa di tutto. Non sono come noi, che ci giriamo su un fianco e ci diciamo "passerà". I bambini passano la notte a domandarsi "e se non dovesse passare?".
L'uomo preistorico è il bimbo della storia. I bambini non si prendono in giro per le loro paure, siamo noi che abbiamo troppa poca paura, forse, adesso.

Dio è nato dal vento che ulula, dal latrato di un cane, che sembra volerci comunicare qualcosa, prima di essere interrotto da un nuovo squarcio nella tela di Dio, che ormai è nato.

Dio è morto, invece, quando, ci dice Nietzsche, l'uomo non crede più in qualunque ordine cosmico, quando ne rifiuta i valori. Quando non ne è più "timorato". 
Ma non è ancora accaduto. Dio nasce da ogni paura, da ogni notte passata a pensare, da ogni temporale, da ogni freddo, da ogni vento che nessuna coperta può scacciare. 
Dio è morto quando non c'è più paura. Dio è morto, quindi, quando non c'è più speranza, quando non si sente più bisogno di sperare. Perchè siamo arrivati. O perchè siamo spacciati.

"Mi han detto 
che questa mia generazione ormai non crede 
in ciò che spesso han mascherato con la fede, 
nei miti eterni della patria o dell' eroe 
perchè è venuto ormai il momento di negare 

tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, 
una politica che è solo far carriera, 
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, 
l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto 
e un dio che è morto, 
nei campi di sterminio dio è morto, 
coi miti della razza dio è morto 
con gli odi di partito dio è morto... 


Ma penso 
che questa mia generazione è preparata 
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, 
ad un futuro che ha già in mano, 
a una rivolta senza armi, 
perchè noi tutti ormai sappiamo 
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge, 
in ciò che noi crediamo dio è risorto, 
in ciò che noi vogliamo dio è risorto, 
nel mondo che faremo dio è risorto." 


- Francesco Guccini



mercoledì 27 agosto 2014

#Racconto 10 - Oggetti di (una) casa

- Ehi, ciao! Accomodati!

Aveva un sorriso luminoso. Non avevo messo piede in quella casa per anni ed il cuore mi batteva forte al pensiero che l'avrei rivista. Durante la strada avevo cercato di ricordare tutti i suoi angoli ma, banalmente, appena gli occhi dei miei ricordi si avvicinavano a qualcosa diventava tutto sfocato... Cosa c'era appeso a quella parete? E il tavolo quanto era grande? Di lato c'era spazio per passare dritti o bisognava girarsi di lato? E sul mobile che c'era? 
Avevo dormito molte notti, nel caldo torrido, in quella stanza all'ingresso, eppure era tutto nebbioso. Era come guardare nella mia mente un quadro impressionista: da lontano era chiaro e ben delineato... Da vicino solo macchie di colore.

- Accomodati, accomodati!

Mi trattava come un'ospite. Era un po' imbarazzata, faticava a voltarmi le spalle, faceva molti passi all'indietro e teneva la mano tesa verso il divano, come se anche questa mi invitasse a sedermi...
Onestamente non volevo sedermi, avrei voluto guardarmi intorno.
Quando la porta si era aperta la casa mi avevo gettato negli occhi una luce particolare. 

- Allora... Come stai?
- Emh... Tutto bene, grazie... E tu? Cosa racconti?

Cominciò a parlare ma io non riuscivo a sentirla... Nè a guardarla. Il suo imbarazzo mi imbarazzava... così colsi l'occasione dei nostri occhi e dei nostri sorrisi sfuggenti per guardare un po' in giro. Sembrava tutto diverso. Ora tutto acquisiva forma, spessore e grandezza eppure tutto mi sembrava sproporzionato. Nella mia testa era diverso.
Guardando meglio riconobbi certi oggetti nelle loro perenni postazioni e mi vennero in mente tanti ricordi... Per un momento mi soffocarono.
Tossii.

- Tutto bene?
- Si, si, saliva di traverso, scusa. Dicevi?

Sentivo gli occhi inumidirsi quando vidi l'elefante in gesso colorato che prendemmo insieme in quel viaggio non ricordo precisamente dove... A lei piaceva tanto ed io insistetti perchè lo prendessimo, benchè io lo odiassi, il prezzo fosse troppo alto e non avessimo idea di dove metterlo. Ma lei sapeva sempre dove piazzare i suoi oggetti e così era rimasto lì, sotto lo scrittoio e sopra quel tappetino quadrato. Fu così che mi accorsi anche dello scrittoio... Quante discussioni su quel dannato pezzo di legno! Io volevo che fosse "mio", utile e funzionale ai miei scopi, lei che fosse bello e che si adattasse allo stile che voleva imprimere alla casa. Vincemmo in due ma finimmo comunque per comprarlo con insoddisfazione. 

Mi offrì una bicchiere di qualcosa e continuammo a parlare. Io continuavo a guardare e a ricordare. 
Il tavolo da pranzo, le sedie, la finestra... Quanti ricordi. Quante cose erano successe in quella stanza e in quanti momenti della mia vita. Si accavallavano. Quante volte mi ritrovai a fissare quegli oggetti, distrattamente, con la mente persa in questioni. Quante questioni li riguardavano, poi, quegli oggetti.

Ricordo altre persone che si aggiravano fra quelle cose ed io... Io non ero ancora come loro, non ero "un ospite". 
Quello specchio, di fianco al divano mi scrutava, mi sentivo osservare dal mio stesso riflesso... Cosa guardi? Che domande mi fai? Ora non posso rispondere, ora sarebbe inutile.
Anche quello specchio aveva la sua storia. Benchè sfocata, ricordavo varie scene che lo riguardavano, scorrevano veloci nella mia mente... 

Posai lo sguardo su dei vasi di fine porcellana. Quelli no, non c'erano. Chissà che storia avevano, alla quale io non avevo partecipato, io non ne avevo fatto e non ne farò parte. E lo stesso per il fermalibri e per quel brucia-essenze... Mi guardavano per la prima volta, ignoravano me, la mia storia e cosa li guardassi a fare, lì, quel pomeriggio. O forse lo sapevano... Forse avevano assistito a conversazioni su di me, avevano visto e sentito cose che io non potevo immaginare. O forse sì.

Riconobbi tipici regali, cose che lei non avrebbe preso per sè, vidi riflessi in quei materiali i visi delle persone che li acquistarono con l'intento di rivederli in quella casa, in quella stanza. Alcuni regali appartenevano anche alla mia storia. Ad esempio quella penna blu nel portapenne sullo scrittoio... Quella era mia. Era un regalo non ricordo più per quale compleanno... 

Scorrevano quelle forme, i miei occhi, ed era come se scorressero le immagini di un film che avevo visto mille volte... Ma mille anni fa. 

-è stato un piacere venirti a trovare...
- Anche per me è stato un piacere. A presto.
- A presto.

Quando tornai, tutto ebbe un altro significato, ancora diverso da quello che ebbe quel giorno e da quello con cui tutto cominciò, più di mille anni prima.

venerdì 22 agosto 2014

A volte mi capita di sentirmi come il mare di notte: vuoto, invisibile, senza contorni.
Spaventoso a tal punto che di me resta solo un lamento.

giovedì 21 agosto 2014

"Dov'è la destra, dov'è la sinistra?"

Lina Sotis ci insegna che a tavola due argomenti sono assolutamente vietati: la religione e la politica. Benchè possa rientrare nella politica io mi permetto di aggiungerne un terzo: le questioni sessiste.
Bene, è chiaro il perchè: a tavola potremmo essere con degli sconosciuti e non è carino di certo cominciare un rapporto stabilendo per prime le distanze su questioni politiche, di religione o di sesso. Allo stesso modo non è il caso di far scaldare i propri parenti sugli argomenti, potrebbero diventare (i parenti), sul momento come in futuro, molto più pesanti di quanto già il ruolo e il peso forma non gravino. Infine, tra amici, è meglio passare una serata in risa che in inutili scaramucce. -Così chiaro è l'animo umano!


Tuttavia mi son resa presto conto che anche volendo parlare più o meno di vita quotidiana, ci si possa andare a scoprire e scontrare sui campi dei tre argomenti vietati. Per ogni argomento c'è una parte, per ogni argomento c'è un po' di gente a destra e un po' a sinistra. Con questi non faccio riferimento ai due partiti politici ma a due "parti ignoranti", due parti cioè che ignorano la ragione, di ragioni non ne vogliono sentire e continuano a sostenere opinioni un po' ad intuito senza fermarsi a riflettere.  
Interessante è, ad esempio, il film "Passione Sinistra" di Marco Ponti, in cui i protagonisti come se cantassero un po' Gaber, svelano le loro rispettive appartenenze politiche, nel bene e nel male, in ogni singolo atto o fatto della loro vita di ogni giorno. Questo si va simpaticamente ad intrecciare con la loro appartenenza, altresì, al sesso forte o a quello gentile. è come se si nascesse da una parte o dall'altra della bilancia e che si sia condannati ad un destino da "evangelizzatore", cercando di portare, in un modo o nell'altro più peso sul proprio piatto. Sì, in un modo o nell'altro, chiedendo agli altri di "usare il cervello" senza mai, però, mettere in discussione noi stessi.

Un argomento di recente discussione che, sembrando così innocente, abbraccia in realtà tutti i campi di battaglia di cui sopra è "il matrimonio". Santo cielo, è incredibile come sull'argomento si finisca sempre più con il companatico di traverso che in fiori d'arancio! 
L'argomento, è facile notare, è ottimo nel campo della religione, armato fino ai denti nel capo sessista, elegantemente di pungiglione provvisto nel caso della politica! 

Una riflessione nasce da un esempio interessante che mi è capitato spesso di apprendere da film e telefilm d'oltre oceano. Si tratta di un esercizio cui vengono sottoposti studenti di alte scuole statunitensi: la professoressa divide la classe in squadre: alcune dovranno approfondire e sostenere in un dibattito pubblico i pro di un determinato argomento, le altre i contro. Nel dibattito ogni squadra avrà un determinato arco di tempo per esporre la propria tesi e farla risultare convincente, vincendo così la competizione. Non dovranno in alcun modo apparire le convinzioni personali ma solo i pro o contro delle argomentazioni.

Sembra semplicemente un modo per insegnare ai ragazzi l'importanza della retorica, in politica come nella vita quotidiana, nel senso dell'arte dell'inganno con la parola, come quella dei sofisti. Ma in realtà gli si insegna qualcosa di scandalosamente più importante: il Relativismo rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, morale o amorale. 
Se vogliamo, un ancora moderno scontro tra Socrate e i sofisti, lo scontro cioè tra chi, con la ragione, si propone di arrivare alla verità camminando in qual si voglia sentiero in cui ragionamento ti porti e chi, invece, sostiene l'argomento che gli fa comodo con la bravura di un ingannatore patentato, scrivendo ogni sorta di apologia o di panegirico... Il tutto, più che spesso, per un dio molto potente che la saggezza popolare fa nascere il settimo giorno e a proposito del quale il Dio Creatore disse: ecco, oh Uomini, il dio che amerete più di me: Denaro. 

Il Relativismo mette, è chiaro, un po' di paura perchè non si ha più un vero sentiero da seguire, dobbiamo farcelo noi con grande attenzione a non sbagliare, a non finire, cioè, tra i cattivi, i cinici, i malati. Ma, a ben guardare, in quei posti, seguendo una parte, ci si può finire lo stesso (historia docet)... Non è meglio, a questo punto, finirci da soli?

A tavola (ovviamente non solo) finiamo troppo spesso anche noi per diventare sofisti per [quelle che crediamo essere] le nostre convinzioni, infierendo colpi di fioretto e di sciabola a tutti coloro che osano contraddirci... E contro la nostra intelligenza. 
Il peggio è che lo facciamo pure gratis. 

Dovremmo provare a fare anche noi l'esercizio degli studenti americani forse! Prendendo, ad esempio, l'argomento del matrimonio e provare a sostenerne prima tutti i pro e poi tutti i contro, passando qui e lì nel campo di battaglia. Scopriremmo probabilmente che il relativismo ci porta alla moderazione ma anche più vicini alla verità, finendo per abbandonare pian piano il nostro schieramento e avvicinandoci sempre più ad un centro più comune.

Mi propongo di farlo anche io questo esercizio, così, tanto per divertirmi! Ci provate anche voi? Dai, l'argomento è facile facile e nel capo non dovremmo farci troppo male! Fiori d'arancio: pro e contro.

Intanto ascoltiamocelo un po' Gaber: Destra - Sinistra


"Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra."


- "Ma allora i valori?" 
- Dei valori non mi pongo il problema perchè penso che non siano altro che l'arma di un sofista. 

martedì 22 luglio 2014

Da 1 a 10

Ci lamentiamo spesso dei metodi di valutazione del mondo che ci circonda, della società in genere e di sistemi specifici. 
Ad esempio ci lamentiamo dei metodi di valutazione degli esami universitari dove, davvero troppo spesso, la valutazione dell'esame non corrisponde alla nostra preparazione e nemmeno alla nostra singola performance. Come potrebbe, del resto? Qualche domanda non può certo indagare su pagine e pagine di libri o su ore ed ore di ripetizione. Va così. 

Ma non c'è un metodo migliore? Perchè ci troviamo sempre a che fare con metodi di valutazione frettolosi, poco veritieri e poco specifici? Perchè si preferisce giudicare per l'abbigliamento, per l'orientamento sessuale, la squadra di calcio, la fluidità di presentazione di un argomento... e non si cerca di andare alla sostanza?

Ognuno di noi nella propria esistenza avrà inevitabilmente a che fare con milioni di persone, di queste giudicheremo varie cose: la professionalità, la simpatia, l'affabilità, rapporti sociali, capacità di presentazione, lo stile di guida... Per ogni singola persona che incroceremo nella nostra vita daremo, consciamente o inconsciamente, un giudizio. Ciò verrà fatto nella più profonda arbitrarietà, anche facendo riferimento a criteri del tutto non oggettivi come ad esempio lo stato d'animo del momento. Ci capita altrettanto spesso di desiderare che su di noi la gente possa non esprimere alcun parere, ci auguriamo una "sospensione del giudizio" lasciando finalmente a noi o, tutt'al più, a coloro che autorizziamo o che ci conoscono più da vicino, la libertà di valutare noi e le situazioni che ci riguardano.

Nella nostra società economica e d'affari coloro che entrano in contatto con noi sono sottoposti essi stessi ad una graduatoria e a dei giudizi cosiddetti "burocratici". Criteri formali capaci di stabilire una valutazione, più o meno efficacie, che si propongono di essere universali. 

A scuola si valuta il compito di matematica rispetto a due criteri: il risultato e il procedimento. Capita che il risultato sia sbagliato per un banale errore di calcolo nonostante un procedimento integerrimo. Capita, altresì, che con un procedimento diverso, un po' più estroso magari, si pervenga allo stesso risultato. Come decidere che valutazione dare? Chi si è comportato meglio nella prova? Se vi intervistassi scoprirei certamente che le risposte che possiamo dare saranno molteplici e, se facessimo un dibattito, nessuna sarà considerata all'unanimità corretta e veramente giusta. Ora, se questo accade con un compito di matematica, la materia più razionale sulla faccia della terra, c'è poco da fare, figurarsi cosa potrebbe accadere per un tema di italiano ad oggetto, poniamo, etico! 

Ma approfondiamo le risposte che un pubblico di intervistati può dare sul nostro compito di matematica, la materia più razionale al mondo. Le risposte verranno certamente date in confronto alla nostra esperienza a scuola, o come insegnante, in confronto alla nostra considerazione della materia, alla nostra conoscenza di questa e a un altro milione e mezzo circa di variabili.
Ciò che il professore deve fare è valutare oggettivamente, anche se ciò che ne scaturirà sarà quasi certamente un piccola ingiustizia, come ad esempio sentenziare con la stessa valutazione per i due studenti, l'uno, l'estroso, per aver toppato un criterio e l'altro, il razionale distratto, per averne toppato un'altro. Del resto il professore nè ha il tempo nè ha le possibilità di giudicare al meglio ciò che gli si para davanti, gli studenti sono diversi e sono bravi a loro modo ma la scala è una e su quella bisogna viaggiare. Altrettanto il professore universitario e il datore di lavoro. 
Data questa impossibilità si finisce spesso per cadere in giudizi volontariamente, e a volte persino forzatamente, più parziali della logica perchè "tanto meglio di una parziale oggettività non si potrà avere" e persino valutazioni che nulla hanno a che fare con la graduatoria che stiamo cercando di ottenere. 

Ciò che ne viene fuori è la spasmodica ricerca di titoli ottenuti con valutazioni socialmente accettate e ugualmente riconosciute benchè non corrispondenti a ciò che effettivamente si tenta di valutare... Cercando, tra l'altro, di appianare persone diverse, con storie diverse, capacità diverse, velocità diverse tutte sullo stesso righello. Avremo perciò scaltri laureati con votazioni eccellenti più scarsi di non laureati sinceri appassionati studiosi della stessa materia, laureandi con medie improbabili, studenti, che sono persone diverse, con programmi approssimativi nella testa che non potranno mai effettivamente e utilmente confrontarsi con i propri compagni perchè valutati sulla stessa scala ma con criteri effettivamente diversi. Che bella confusione, vero? Il legislatore cerca di mettere pace con vari metodi a questo problema che pare senza soluzione. 

Si può sospendere il giudizio? Ovviamente no perchè il pubblico con il quale questi esaminandi avranno a che fare ha diritto a poterli giudicare velocemente con criteri oggettivi. Per cercare un professionista non si possono fare ore di consulti. Se si ha davanti un ragioniere si presume che saprà fare il suo mestiere in confronto alle valutazioni socialmente accertate che questi ci presenta.  
Insomma discorsi per niente facili e per niente di primo pelo.

Cosa ne pensate a riguardo? C'è un modo per giudicare davvero con gli stessi criteri per poter stare seriamente sulla stessa scala? Come valutereste il compito di matematica dei nostri due studenti? Siete capaci di sospendere il giudizio? Quando secondo voi andrebbe fatto?

E nei rapporti emotivi oltre che sociali? Come scegliere il metodo di valutazione più oggettivo, meno dannoso e più vicino a ciò di cui abbiamo bisogno? Di questo ne parlerò nel prossimo da 1 a 10.


Dipinto di Enzo Archetti, "E la gente va"





sabato 5 luglio 2014

~Elenchi - Le persone che ti Amano

- Le persone che ti Amano sono quello di cui hai bisogno. Mare o montagna, bianco o nero, luce o buio, silenzio o grida, risate e(/o) pianti. Sono tutto ed il contrario di tutto perché tutti hanno bisogno di tutto.
- Le persone che ti Amano sono diverse da te. I rapporti con gli altri non possono essere rapporti con il riflesso di Narciso.
- Le persone che ti Amano restano. Perché in Amore non vince chi fugge ma chi resta.
- Le persone che ti Amano, prima di lasciarti andare perché ti Amano troppo, ti chiedono un parere.
-Le persone che ti Amano rendono più semplici i tuoi obbiettivi quando li stai facendo diventare una montagna troppo dura da scalare. 
- Le persone che ti Amano fanno il tuo bene anche quando la cosa non ti piace. Però te la fanno piacere. E non è come la storia della carota perché noi non siamo asini e, le persone che ti Amano, non ti trattano come tale!
- Le persone che ti Amano fanno il tifo per te, urlando, in modo scomposto, piangendo e ridendo insieme, facendotelo sapere e ripetendotelo fino alla meta. Anche se la corsa dovesse durare anni.
- Le persone che ti Amano vedono i tuoi difetti, si arrabbiano, li sentono sulla pelle forte e chiaro ma capiscono che non c'è da provvedere, non c'è da cambiare te o da scappare loro, capiscono che i difetti, come i pregi, sono parte di noi e fanno parte di un grande cerchio che contiene tutte le nostre caratteristiche, ciò che ci distingue dagli altri, che ci rende noi e non qualcun altro. Le persone che ti Amano, banalmente, Amano ciò che sei prima di desiderare da te comportamenti diversi.
- Le persone che ti Amano non ti dicono "dovresti saperlo" e nemmeno "io lo so per certo che tu". Le persone che ti Amano non hanno la palla di vetro e non ce l'hai nemmeno tu. Però... chiedono se c'è qualcosa che dovrebbero sapere.
- Le persone che ti Amano sono pazienti nel cercare di sentire ciò che Senti tu e non praticano l'arroganza di chi sa cosa è meglio per te. Cosa è meglio per noi è nel fondo del nostro cuore e tutto sta nell'arrivare fin lì e non fermarsi in superficie. La superficie, tra l'altro, la conosciamo anche noi: "sì, lo so che le cose sono così... Ma io sento questo e con questo devo convivere".
- Le persone che ti Amano non si stancano Mai di ripeterti cose ovvie.
- Le persone che ti Amano non ti difendono di fronte all'indifendibile ma ti difendono certamente di fronte agli altri e dagli altri.
- Le persone che ti Amano ti insegnano e imparano con te che per quanto alcune esperienze e passaggi della vita siano o debbano essere totalizzanti non c'è nulla di meglio che viverli con relatività. La vita va avanti anche se è diversa da come immaginiamo di volere.
- Le persone che ti Amano fermano la loro vita per venire a rimettere in moto la tua. Non avremo lo stesso passo ma un compagno non si abbandona mai.
- Le persone che ti Amano ti difendono da te stesso. Specialmente quando impersoniamo il ruolo del nostro peggior nemico, quello che ti giudica superficialmente come, pensiamo, fanno tutti.
- Le persone che ti Amano prima soffrono con te e poi ti accompagnano a gioire (e, #sapevatelo, chi vi accompagna a gioire senza ascoltare il vostro dolore vi sfrutta soltanto).
- Le persone che ti Amano dicono a volte cose inopportune ma non vogliono ferirti mai. Proprio mai. Semplicemente sono "lo specchio che non puoi evitare".
- Le persone che ti Amano ascoltano i tuoi occhi e leggono la punteggiatura, non le tue parole.
- Le persone che ti Amano ti Guardano tanto da accorgersi di gesti dei quali non sei minimamente (o quasi) consapevole. Di quelle cose che pensavi di sapere solo tu e che nessun altro avrebbe intercettato, troppo impegnato (tu) a mistificare e gli altri (pensi) a guardare solo l'evidenza. 
- Le persone che ti Amano fanno un mucchio di cose che non ti aspetti.
- Le persone che ti Amano non sempre sono capaci di Amarti... Ma vogliono davvero farlo.




TO BE CONTINUED...

mercoledì 28 maggio 2014

#Racconto 9 - Il fiore di Carciofo (rivisitazione del brutto anatroccolo)

C'era una volta, una qualsiasi,
un grande campo che in primavera si popolava di fiori coloratissimi e profumati e di rianimata vita. Le api svolazzavano rincorse dalle libellule, le formiche erano già operose per l'inverno, i bruchetti strisciavano qui e lì e tanti altri simpatici animaletti trascorrevano le loro giornate tra quei fiori.
Tra tutti ve n'era uno che però restava nascosto. Svettava nel campo alto e irsuto, con un gambo tozzo. I suoi petali erano grossi e duri e di nessun colore, difatti era, da capo a piedi, di un verde decisamente spento. 


Gli altri fiori, dai colori vivaci, dalle forme eleganti e dai profumi più disparati, non gradivano la sua presenza, si burlavano di lui ed erano felici che, nonostante la sua altezza, nessuno potesse notarlo in mezzo ai loro bellissimi colori. 


Diversamente, tanti erano i suoi amici tra gli ospiti del campo: il suo gambo era un solido appiglio per le ragnatele dell'amico ragno che, tutto l'anno, gli faceva compagnia; gli uccellini erano felici di potersi fermare su di lui nei lunghi tragitti per attraversare la distesa di fiori, il bruco spesso veniva su di lui a grattarsi la pancia e le formiche beneficiavano della sua ombra tra un trasporto e l'altro. Il fatto che fosse così ben voluto dalle creature del campo non gli rendeva, però, meno fastidiosi gli insulti e i pettegolezzi dei fiori che, consci della loro assoluta perfezione, non mancavano occasione per rinfacciargli il suo poco gradevole aspetto. 


Durante la bella stagione vi era un giorno ogni settimana in cui i fiori gareggiavano per un ambito premio: un posto d'onore nel paniere d'oro.  
Difatti, tutti i sabati, un contadino, sul far della sera, passava dal campo e sceglieva i fiori più belli per riporli nel suo paniere di legno chiarissimo, tanto che al sole del tramonto pareva dorato. Nessuno faceva ritorno dal luogo in cui li conduceva. Si diceva, tuttavia, che doveva essere davvero un gran bel posto perchè ci andavano i migliori fiori, dai più bei colori e dai più dolci profumi. "è certamente - vociferava il campo - un posto dove i fiori più meravigliosi passano le giornate ad essere idolatrati... I bei fiori solo quello vogliono e solo quello sanno fare!". Così ogni settimana i fiori si preparavano come potevano per arrivare al sabato pieni dei migliori pigmenti colorati e carichi dei migliori profumi della natura. Gli uccellini, in cambio di qualche buon seme, portavano persino piccole foglie d'acqua a rifocillare i fiori dal gran caldo nelle giornate più secche... Non vorranno mica bruciare i loro petali delicati!

E intanto il Carciofo, questo il suo nome, se ne stava irsuto in mezzo al campo a cercare di non pensare alla sua triste condizione e aiutando i piccoli esserini che passavano sotto il suo gambo. "Non ti coglierà mai nessuno! Solo i fiori più belli vanno nei luoghi incantati nel paniere dorato!", "il contadino è un giudice attento! Non penserai certo che possa scegliere il tuo verdone triste per il suo paniere dorato!" ... No, difatti non lo pensava.
Gli animali lo consolavano: "a che ti serve essere bello - diceva l'amico ragno - se sei così amato per il fatto di essere così buono?", "sì, - rispondeva la compagna cicala - noi ti vogliamo bene e troviamo bello il suo utile gambo, così solido!", "nessun fiore arriva più vicino al sole di te!" aggiungeva la coccinella. Il Carciofo fingeva consolazione davanti alle frasi dei suoi amici ma dentro di sè continuava a sentirsi inadeguato e triste. "I fiori nascono per essere belli... Sono un fiore storpio e nessuno mi amerà mai...", pensava.

Una sera era più triste del solito e, mentre il sole deponeva il suo ultimo raggio, sentì come un cattivo presagio, quella sensazione mai provata prima tra i suoi grossi petali lo turbò. Passò la notte a contemplare la luna senza poter riposare molto.


Il giorno seguente c'era molto fermento, i fiori si preparavano alla gara. La settimana precedente avevano vinto numerose margherite, le peggiori narcisiste, e quindi erano molto speranzose di poter piazzare qualcuna di loro. I papaveri, i più alti tra i fiori, erano indaffarati a drizzare i petali mentre le campanelle prendevano gaudenti il sole. Questa settimana si erano preparate bene, erano cresciute e avevano sviluppato un candido colore bianco acceso, merito anche del venticello che le aveva ben pulite dalla polvere, la loro peggior nemica! 


Il Carciofo se ne stava triste e stanco a guardare i preparativi fino a quando l'amico ragno urlò: "oh, buon sole! Ci vedo bene?? Cosa hai fatto amico Carciofo?", il Carciofo si agitò: "cosa vedi, ragno?". Tutti gli animaletti alzarono gli occhi al cielo e, cercando di guardare bene, nonostante il gran sole, sussultarono tutti in coro.
Questi tumulti richiamarono l'attenzione dei fiori che, voltate le loro corone, strabuzzarono gli occhi!
A quel punto il Carciofo non sapeva che pensare! "Insomma, qualcuno mi risponda! Cosa mi è successo?", ma tutti avevano la bocca intorpidita e non riuscivano a rispondere. "Me lo sentivo!" gridò il carciofo! L'uccellino che aveva assistito alla scena corse con una fogliolina piena d'acqua e ne raccolse altra fino a quando non riuscì a riversarne abbastanza da creare un piccolo specchio d'acqua ai piedi del Carciofo. Quando si vide riflesso al Carciofo non sembrò vero... Era bellissimo! Aveva aperto i suoi grossi petali verdi e tristi facendo fuoriuscire un folto gruppo di sottili petali lilla che contrastavano con la corona giallo girasole! Il sole baciava la sua bellezza facendo accendere i suoi colori e rendendo ancora più evidente la sua testa in mezzo al campo. Era molto più grande degli altri fiori e senz'altro il più originale! 


Gli animaletti, ripresisi dalla novità, cominciarono a fargli gran festa mentre i fiori parlottavano gelosi e arrabbiati. "Come hai fatto?", gridò un gelsomino. "Non lo so! Mi son svegliato così!", rispose felice il Carciofo che pensò di essere stato ripagato per tutta la tristezza riversata e per l'aiuto ai suoi piccoli amici. "Sì, non lo sa...!", rispose girandosi polemico un ciclamino. 
Il gruppo festoso non fece caso alle polemiche e continuò a congratularsi con l'amico finalmente felice!

Arrivò il tramonto e, puntuale, il contadino arrivò al campo per fare la sua accurata scelta: prese 7 grosse margherite gialle (le solite fortunate!), 5 papaveri, 2 mazzi di campanelle e al centro mise il Carciofo che salutò di fretta i suoi amici animali. Erano tutti tristi per il fatto che l'amico andasse via ma anche felici per lui che, finalmente, sarebbe stato adorato come meritava.


Arrivato a casa, il contadino, distribuì i fiori sul tavolo e le sue figlie li divisero in diversi vasi per la casa. Il carciofo finì in un grande vaso di terracotta davanti alla finestra. Non era dispiaciuto di stare da solo perchè tutta la famiglia del contadino non faceva altro che esaltare la sua bellezza. Succhiò molta acqua dal suo bel vaso e si godette gli ultimi raggi di sole felice e soddisfatto. I giorni a venire se li immaginava felici, era nel paradiso dei fiori, lui, proprio lui! Quasi non se ne capacitava! Mentre calava la notte si domandò dove fossero tutti i fiori delle scorse settimane... Mah! La domanda non gli sostò per molto in testa.

Il giorno dopo già sentiva forte la mancanza dei suoi amici e cominciò a sentirsi un po' debole e stanco. La piccola della casa versò dell'acqua fresca nel suo vaso e si sentì subito meglio. "Come mi trattano bene qui!", pensò. Le sue giornate trascorsero per un bel po' di giorni felici e spensierate a guardare fuori dalla finestra le bambine giocare con le galline. Poi notò, però, che gli altri fiori cominciavano ad appassire, a spegnere i loro bei colori e ad afflosciare i loro petali... Stavano morendo. Stupito cercò di capire come fosse possibile che, in quel luogo da tanti desiderato, i fiori del suo campo morissero! Alla fine della settimana vennero buttati via e lui si sentì molto triste... "La stessa fine la farò io, forse?"

Altri giorni trascorsero e altri fiori passarono nella casa... Fino a quando l'acqua fresca non gli fece più un gran effetto benefico e capì che la sua ora stava giungendo. Triste, ricordò i giorni di felice bruttezza nel suo campo, con i suoi amici e con gli altri fiori brontoloni... Capì la sensazione di quella sera e, scoraggiato, si lasciò andare. Il  suo gambo si annerì e diventò morbido tanto da non reggere più il peso della sua grande testa lilla, anche se ormai era spenta... Si piegò sotto i colpi dei dolorosi ricordi e dello sfinimento. La contadinella più piccola, l'unica che si era davvero affezionata alla grande testa lilla del Carciofo, molto triste, lo buttò via. Le passò presto...

La sera suo padre avrebbe portato altri fiori ma non portò mai più nessun Carciofo.


lunedì 19 maggio 2014

Montagne di parole

Rileggere mille volte messaggi, lettere, frasi, significa il più delle volte arrampicarci alla ricerca di significati nascosti... Impareremmo a memoria fiumi di quelle parole se solo ciò servisse a farci sentire più sicuri, più amati e più sereni. A volte invece ci arrampiachiamo sulle nostre parole per arrivare alla vetta dell'attenzione di qualcuno. Come quando telefoniamo e, invece di riattaccare, tentiamo l'azzardo e cominciamo a parlare di cose leggere e inutili celando il desiderio di voler parlare di cose ben più profonde. E più l'altro non capisce che il nostro è solo un codice esasperato, fatto di parole a raffica, senza senso, alternate a risate isteriche, più noi ci sentiamo frustrati, arrabbiati e tristi, quasi disperati: "perchè ti ho chiamato? Tu non capisci! Perchè non capisci?". Quando ciò che vorresti è che sia l'altro ad indagare nei tuoi messaggi per scovare quei dettagli che, in quel momento, le parole non sanno dire.

martedì 13 maggio 2014

Caro diario - parte 2

Estate 2005
                                  Diario… questa è una parola strana per me…
Non ho mai avuto un diario e le poche volte che ci ho provato è stato un vero e proprio disastro...
Tuttavia credo che sia utile per il futuro, per non dimenticare gli errori e le difficoltà in modo da capire quando queste difficoltà le hanno gli altri...
Ma anche per ricordare le giornate più belle, più divertenti e… tanti e tanti altri momenti.
Questo “Diario” parlerà della mia vita attuale di 13enne…


Questa l'introduzione del mio diario. 
Certamente è interessante leggerlo oggi... Posso dire che un po' sono tornata ad allora e, da questo punto di vista, nulla, in effetti, è veramente cambiato (eccetto le "x" e le "k" contro le quali ho eseguito un'accurata damnatio memoriae della quale, sono certa, siamo tutti contenti). Del resto questo blog è un po' un diario nel quale cerco di far trasparire tutta la mia "tremenda voglia di Vivere". La mia voglia di Vivere al meglio, cioè, anche se la cosa può spaventare sembrando un'impresa "tremenda", la mia voglia di ricordare dei ragionamenti, delle esperienze e delle storie. Per ogni post di questo blog, come per ogni frammento di quel diario, ricordo ogni sensazione, ogni dolore ed ogni gioia, ogni persona alla quale stavo pensando mentre scrivevo ed ogni desiderio che si nascondeva dietro ogni frase... Fino a quando non ho smesso di voler ricordare e mi sono dovuta impegnare ogni giorno per ogni singolo di quei giorni.

Oggi mi rendo conto, dopo che ho superato molte cose, che c'è stato un momento in cui ho dovuto raccogliere i cocci, riordinarli e vedere cosa era cambiato, dove avevo sbagliato e quale situazione/sentimento era da buttare via.
Ricordo i momenti in cui c'era solo da piangere per me ed era, in effetti, l'unica cosa "di cuore" che facevo. La mattina, prima di entrare in classe, nel bagno con i pavimenti sporchi e i listelli in fintissimo legno; a mezza giornata, accanto al mio compagno di banco che mi guardava con la coda dell'occhio e non aveva il coraggio di domandarmi nulla e al quale un giorno ho chiesto scusa per questo; quando tornavo a casa, passando da una mia amica per non tornare con qualcosa che non somigliasse almeno vagamente ad un sereno sorriso; la sera quando, prima di dormire, mentre immaginavo di scomparire, piangevo ancora più forte perchè non era ciò che realmente volevo... Quando pensavo che io, in realtà, volevo Vivere. 



Mi sono sempre sentita piuttosto tranquilla rispetto alla mia giovane vita da "piccola"... sin da quando, da sola il casa, pensavo ad un bilancio dei "settori della mia vita"... Il bilancio lo facevo più o meno così:
Amici: bene, pochi ma buoni, non ne voglio altri perchè non è importante circondarsi di gente che non serve.

Famiglia: bene, fortunata, ordinaria amministrazione.

Scuola: mah, si tira a campare, dare il meglio ogni giorno è difficile ma dobbiamo mettercela tutta per forza quindi, tanto vale, darsi da fare.

Amore... Oh, che parolaccia questa! Pensate che avevo così paura di rimanere sola per tutta la vita che non riuscivo a vedere immagini che potessero ricordarmi questa drammatica e, pensavo, inevitabile condizione. Certo era divertente quando mia madre (inconsciamente?) mi diceva nella rabbia che sarei rimasta sola per il mio caratteraccio (e oggi si domanda come faccia Daniele e quanto gli angeli del paradiso lo ritengano "poverino" per il fatto di dovermi sorbire)... Insomma, sull'argomento ero piuttosto problematica e, devo ammettere, è stata una cosa che mi ha condizionata non poco nella quotidianità. Come quando entravo mezz'ora prima a scuola perchè in questo modo potevo entrare da sola e non essere vista da nessuno... Che ci potevo fare? Gli eventuali sguardi della gente mi facevano venire, letteralmente, la nausea! O come quando camminavo per strada e mi sentivo inadatta, prendevo le strade più isolate e buie, sempre per i motivi di cui sopra, e incrociare qualcuno mi metteva a disagio. Il mio amico Fabio mi diceva sempre che un giorno mi sarebbe capitato qualcosa di brutto per quelle strade e mi sarebbe dovuto venire a cercare in pigiama... Ringraziando il fato, non è mai accaduto nulla (forse solo una volta... Ma non era in pigiama!). Insomma, ero problematica. Ed era la prima cosa che dicevo quando qualcuno mi si approcciava: "stai attento perchè ho un brutto carattere!"... d'altra parte me lo diceva mia madre e chi meglio di lei poteva saperlo? Mi fidavo, insomma.

Come si può notare la cosa che più mi condizionava era... L'adolescenza. Sì, dai, diciamocelo... Si può storcere il naso leggendo le mie passate manie ma non credo ci sia qualcosa che non sia comprensibile. Di adolescenti strani n'è pieno il mondo ed io ero solo una di questi. Per poi non parlare delle fissazioni, delle manie, dei blocchi che ognuno di noi ha e mantiene per gran parte, o per tutta, l'età adulta! Ragazzi, siamo persone ed è tutto naturale, la normalità non è di questo mondo.

Poi le cose sono cambiate, come sapete, e sono finita a piangere ogni giorno nei bagni della scuola. Le priorità sono cambiate e, fortunatamente, questa situazione, anzichè aggravare le mie difficoltà "sociali", le ha fatte lentamente sparire. Ho imparato a comportarmi... Non tutto in una volta, ovviamente, ma poco alla volta, passo dopo passo, ho capito molte cose, ho lasciato perdere delle altre e alcune le ho semplicemente perse di vista. Poi ho anche capito però che molto di ciò che ho perso di vista in quegli anni deve essere recuperato.

martedì 6 maggio 2014

Caro Diario

"Caro Diario che mi ascolti
I tuoi fogli sono molti

Ma i miei giorni sono tanti

E i ricordi sono canti

Li racconto, li rivivo

Li ricordo se li scrivo

E se non ricordo più

Li racconti tu"


Ho voluto cominciare questo post con questa filastrocca perchè è quella con cui, in un (ormai non più tanto) famoso programma per bambini della mia generazione, lo gnomo protagonista chiudeva la puntata dopo aver raccontato al suo diario ciò che era successo... Era un must, il racconto, in quel programma... Tanto è vero che in uno "spin-off" il nuovo personaggio usava un librone... Ma vabbhè, non divaghiamo. 
Insomma, questa filastrocca, mi convinse, da bambina a scrivere un diario... Esperimento fallito perchè ero troppo pigra e, forse sopratutto, la mia vita era troppo poco interessante per poterci scrivere qualcosa, giornalmente o anche a periodi più lunghi. Così lasciai perdere... 
Ma a 13 anni ebbi un'intuizione: un giorno mi resi conto la mia vita stava cambiando e mi stava portando cose nuove, che mi avrebbero a loro volta portato a non essere più quella di prima. Mi venne voglia di raccontare ad un diario, ormai telematico, ben segretato da un prototipo di password per file word (ero una ragazzina dalle mille risorse), solo gli episodi  più interessanti della mia vita da adolescente, i gossip diciamo. La cosa andò avanti per un po'... Dalla seconda media, più o meno, arrivai poi alle superiori quando raccontavo al mio diario le difficoltà del cambiamento e, in particolare, delle difficoltà del nuovo "livello scolastico", molto più alto, che, mi rendevo conto, avrei dovuto affrontare per molti anni. In quel momento il mio diario non fu più gossip ma scuola, solo scuola. E non compagni (compagnE nel mio caso, eravamo tutte ragazze) ma professori, compiti, verifiche, materie... studio insomma. La mia routine era diventata quella, fu difficile... All'inizio piangevo tutti i pomeriggi ma, nonostante le suppliche di mia madre di cambiare classe o scuola, io decisi di affrontare tutto. 
Il mio diario iniziò a svuotarsi... Lo studio non era così interessante e le mie compagne nemmeno. 

Poi arrivò un momento, molto preciso, in cui smisi di scrivere... L'ultimo frammento recita "oggi non mi va di parlarne". Poi più niente. Arrivò in quel momento della mia vita qualcosa che cambiò tutto, la ruppe e l'unica cosa che mi rimase era la scuola. Certo, le mie amiche di sempre erano ancora con me e mi hanno aiutato come potevano a farmi pensare ad altro. Ma io, che ero già piuttosto chiusa e mi ero un po' aperta l'ultimo anno di scuole medie, tornai a chiudermi in me ed in casa... A studiare. Tutti i giorni, per tutto il giorno. Dalla mattina alle 8 alla sera alle 8. Non facevo altro che compiti. I professori certo non me ne fecero mai mancare. Avevo perso tutto. Avevo perso me, la mia quotidiana serenità e il Sorriso, quello sincero e non quello "ottimista". L'unica cosa che era lì, immutabile, era la scuola, gli orari dei professori, le materie, i libri e i compiti. Ognuno di essi poteva, certo, cambiare un po' ma nella mia vita erano tutti lì, ad indicarmi cosa fare, come dovevo vivere la mia giornata.

Passarono gli anni e la scuola accompagnò sul suo finire qualche "problema adolescenziale" con i ragazzi. Ero cresciuta e, forse, mi stavo aprendo di nuovo. Non ero felice, ma vabbhè, la felicità, pensavo spesso, è un'utopia. "L'importante è la serenità", il motto di mia madre.

Finita la maturità mi sentivo un persona nuova. Un nuovo taglio di capelli accompagnò questa sensazione assieme ad un simpatico e agghiacciante viaggio da sola con le mie amiche. Essì, "eravamo fatte grandi".
Quasi dimenticata la vecchia, una nuova nube nera si affacciava però al mio orizzonte... E mo' che faccio? Inutile dire che fare i test d'ingresso con domande che potessero anche solo lontanamente contenere riferimenti alla matematica, per una del classico, si mostrò un disastro. 
Tuttavia mai ringraziai tanto Iddio per avermi fatto ciompa in matematica quanto quando mi ritrovai a Giurisprudenza e incontrai uno splendido (e non vado per eufemismi) ragazzo che riuscì (forse a culo, solo per conquistarmi? Alcuni storici ancora se lo domandano) a vedere oltre lo smarrimento di una nuova studentessa e oltre i sorrisi di circostanza da mostrare ai nuovi amici... nei miei occhi lui vide la mia profonda tristezza. Ero una ragazza spezzata, uno zombie che studia e parla parla parla, dicendo cose, mai però fuori dalle righe... che si nasconde dentro i suoi maglioni larghi e svasati ma che sta sempre a schiena dritta. Se la vide davvero, quella tristezza, quando mi disse "tu hai degli occhi tristi" forse, come detto, non lo sapremo mai (Amore, si scherza!) ma certo è che subito dopo che lo disse si accorse che aveva ragione... E me ne accorsi anche io.

Potrei ovviamente continuare ma il tempo corre e il dovere incombe. 
Continuerò questa storia... Forse.



lunedì 5 maggio 2014

(RI)salire, Insieme.

I rapporti affettivi devono essere sempre di Assoluta parità. In Ogni situazione.

Quando si commette un errore si perdono, poniamo, un 20 cm. Il rapporto appare così squilibrato e non si è più in sintonia. Allora è in questa preziosa occasione che a chi ha sbagliato può venire concesso un Privilegio, quello di chiedere scusa, e a chi ha subìto l'errore di poter compiere un atto di Umiltà, accettando le scuse: sbagliare è umano e bisogna sempre ricordarsi degli errori propri che, stiamo pur certi, ci sono. 

Ho forse sbagliato a scrivere? Invertito i termini? No no, assolutamente, è quello in cui credo: chi sbaglia deve approfittare (se ce l'ha) di un privilegio mentre è chi riceve le scuse a dover essere Umile. 
Questo perchè le scuse non si accettano dal quel vantaggio di 20 cm che abbiamo sull'altro ma si Accettano davvero quando ci si abbassa noi stessi di quella 20ina di cm per poter risalire la china insieme... è il rapporto che vince o perde. Difatti, prendendo per vero il fatto che gli Amici sono la famiglia che scegliamo per noi stessi (lo stesso per la persona che si sceglie, romanticamente, di Amare), possiamo accettare con facilità anche una frase a me molto cara di una delle famose Tate di la7: "La famiglia è una squadra, o tutti si vince o tutti si perde".

Da non dimenticare, poi, è il fatto che la base di tutto è la Volontà. Non l'affetto! Potrà apparire strano ma è una verità garantita e certificata. Due persone possono amarsi, molto e sinceramente, ma se non c'è più in loro la volontà di venirsi incontro, il loro amore, benchè vero, non varrà a molto per donare loro un futuro. Così si deve cercare sempre la Volontà di scendere e la quella di salire: è la volontà, in Amore, a far scattare la maiuscola!

La china, quindi, in un rapporto sano e basato sul vero, non la si lascia mai risalire all'altro in solitudine, la si affronta sempre insieme, uniti, perchè "rapporto", oltre che Confronto, vuol dire Unione.
Risalire potrà essere semplice o estremamente difficile ma le posizioni di partenza devono essere le stesse e devono essere sincere. 

Solo in questo modo si potrà tendere all'Infinito. 


lunedì 28 aprile 2014

A volte mi sento così rapita da un'emozione che sento un calore agli zigomi, la testa pesante ma ben salda, sorretta da un'incredibile concentrazione.
A volte mi sento così rapita dalle cose del mondo da sentirmi in un mondo tutto mio, in cui solo io posso sentire ciò che sento ma, al contempo, in una frenesia nella quale vorrei mostrare al mondo intero cosa penso.
A volte invece mi sento così stanca ed indifferente che non sento nulla nella mente ed ho le guance fresche e lo stesso è il cuore.

giovedì 24 aprile 2014

Be brave challenge

Oggi ho visto su youtube il video di una ragazza che ha lanciato la sua be brave challenge invitando coloro che la seguono a darsi un periodo per superare le proprie paure. Parla di paure quotidiane o di piccole grandi sfide: tingersi i capelli di un colore eccentrico, parlare in pubblico, vestirsi in modo più sgargiante, andare sulle montagne russe, fare bungee jumping o comprare articoli da sexy shop e magari anche usarli.
Questo video, nella sua innocenza, un po' mi ha stranita per la sua poca chiarezza e, quindi, per ciò che può dedurne un passante su youtube, anche più giovincello.

Ognuno di noi ha paura di moltissime cose ma non credo che queste si possano, nè si debbano, superare in un dato periodo. Questa challenge può ricordare molto la tendenza che c'è tra i giUovani (è bello tirarsi fuori dalla mischia come se si fosse anZiani) di scommettere tra di loro su chi riesce a fare una determinata cosa, come andare, ad esempio, comprare i preservativi in farmacia anziché di notte da una macchinetta dietro l'angolo. In questo caso le "prove di coraggio" (in italiano rende meno) assomigliano più a delle punizioni sadiche del gruppo che ti spinge a "fare cose", che tra l'altro sceglie a caso tra quelle che spaventano e tra quelle moralmente o legalmente sbagliate o pericolose. In questo caso spesso non c'è alcuna differenza, il coraggio è solo ciò che serve per "fare cose".

Essere coraggiosi è effettivamente anche questo ma in italiano (per fortuna) abbiamo varie parole e declinazioni di esse per indicare distintamente anche le cose che all'apparenza sono più simili.
Il coraggio che serve per fare qualcosa di legalmente sbagliato o pericoloso si può chiamare incoscienza o sprezzo del pericolo, stupidità o cattiveria (sì, c'è anche questa che con il coraggio di violare le regole non ha nulla a che fare) o, ancora, disperazione.
Il coraggio invece di fare qualcosa di moralmente sbagliato (posto che di morale ognuno ha la sua e quindi mi riferisco più che altro a fare qualcosa che sia per noi stessi moralmente errato) può chiamarsi perversione, desiderio di ribellione (che non sempre coincide con l'incoscienza) o, ancora, pura e consapevole cattiveria.
Il coraggio di fare cose che spaventano (purchè non rientrino nelle categorie di cui sopra), invece, è più coraggio di vivere la vita senza che la paura possa fermarci: la nostra morale può (intesa come nostre convinzioni, giuste o sbagliate che siano, in questo contesto non conta), la legge può, ma la paura non può frenarci.

La be brave challenge va fatta quindi ogni giorno, per le cose che ci spaventano impedendo un cammino sicuro e tranquillo della nostra giornata.
Per fare bungee jumping serve certamente del coraggio, gettarsi e risalire può essere bello e può servire a dimostrarci che possiamo farcela ma non è essenziale per lo scorrimento della nostra vita saperlo, potrebbe esserlo di più parlare con delle persone diverse da noi, lontane e sconosciute. Se il bungee jumping lo fosse (essenziale), se, quindi, il desiderio di gettarsi da un'altezza attaccati ad un elastico fosse così forte da farci sentire effettivamente frenati e fastidiosamente impediti dalla paura, allora sì che sarebbe una be brave challenge farlo. Sempre che il nostro desiderio sia questo e non "fare bungee jumping come i nostri amici, che sembra divertente".

Allo stesso modo mi è stato ispiratore il video di un'altra ragazza che raccontava del suo stile d'abbigliamento e della sua evoluzione da quando era una ragazza rock a quando ha compreso che il suo stile doveva essere solo suo e che quindi, per essere una donna rock, non doveva necessariamente comprare solo capi alla Avril Lavigne perchè il suo stile doveva essere lei e non lei il suo stile. Non serve superare la paura di essere osservati in vestiti sgargianti se i vestiti super colorati ed eccentrici non sono il nostro desiderio e non ci rappresentano. Forse è più utile superare la paura di essere diversi dagli altri essendo noi stessi. (Da qui ci si potrebbe ricollegare alle polemica circa il programma di Mediaset presentato dalla signora De Martino... Ma lasciamo stare, che è meglio.)

Ultimo esempio, quello più scottante, potrebbe essere quello dei sexy shop e dei suoi articoli. Si può avere voglia di provare un'esperienza "particolare" ma non perchè ci invita/invoglia il nostro lui o la nostra lei, dobbiamo essere noi a voler superare la nostra "sconfidenza". Entrare in un sexy shop nella vita non è tappa obbligata se vi mette in soggezione e non avete alcun bisogno, voglia, necessità di provare l'esperienza.

Insomma, superiamo le nostre paure e non le cose che fanno paura. Di traumi non ne abbiamo bisogno.

Be Brave Challenge - ShantiLives



giovedì 3 aprile 2014

martedì 18 marzo 2014

#Racconto 8 - Chi poteva immaginare

"È già tardi. Porca miseria..." si disse guradando l'orologio e accellerando il passo. Arrivò alla stazione e, schivando tutti i lavoratori mattinieri, riuscì ad entrare in bagno. Poggiò la borsa sul lato del lavandino e ne tirò fuori spazzolino e dentifricio. Mentre si lavava in denti energicamente ripensò, in un lampo, alla sua infanzia... A quel tempo si immaginava come sarebbe stata la sua vita oggi: una bella casa, un bel lavoro, una bella famiglia, un cane... Il suo riflesso in quel lordo specchio chissà come sarebbe stato in quello del bagno della villa dei sogni. Chi se lo sarebbe mai immaginato che la vita in realtà sarebbe stata un bel po' più dura: niente casa, niente giardino, una famiglia sì, forse, lontana, che a sua volta cerca di farsi una vita... Un lavoro mal pagato (ma ringraziava tutti i giorni al mattino il buon Dio di averne ancora uno); come letto il sedile di una macchina a secco senza assicurazione nè bollo, pargheggiata in un vicolo buio; uno spazzolino, lavarsi e cambiarsi nei bagni pubblici o nella toilette in un bar sempre diverso; le gambe come motore e il pranzo di fortuna... Solo quello perchè la cena e la colazione son per ricchi. Ogni tanto un caffè alle macchinette dell'università in centro. 

A quei tempi, quando la forza e i progetti ti schizzano dalla testa come puoi immaginare... Beata innocenza, beata incoscienza. Era giovane... All'epoca si Viveva per davvero... Oggi sopravvive, ma mai si sente l'ombra di quella gioventù andata, non è un'altra persona nè crede che la vita sia, ad un certo punto, diventata una punizione. Certo, a volte incolpa la politica, a volte la sfortuna, ma non ha poi così tanto tempo... Sopravvivere è un lavoro a tempo pieno e, in fondo, non si è mai soli. 
Gli amici di allora sono spariti, chi al Nord, chi in un altro continente, vivono la loro vita... Chissà se è come se l'erano immaginata. La sua non lo è ma è troppo tardi per pensarci. 
"Meglio correre va...". Ripose spazzolino e dentifricio e corse via. Nello specchio la sua beata gioventù ed un sorriso, ignaro ieri, leggero oggi. 

Foto di grupa o.k.

lunedì 17 marzo 2014

Che stupido è chi dice "stupido" a chi prova un'emozione, solo perché quell'emozione non è la sua.

venerdì 7 marzo 2014

Il cammino dell'umanità verso l'Umanità

A noi, uomini e donne abitanti questo pianeta miracolato dallo spazio, poichè si trova ad una distanza tale dal Sole da poterci ospitare, sembra sempre di non muoverci o di muoverci come il nostro ospite fa, gira e ritorna. Ci sembra che "come tutto il mondo è paese, tutti i secoli si riassumono in una generazione, una qualsiasi, a caso.". Che la storia semplicemente si ripete, con poche ed inutili variazioni sul tema, "che va sempre a finire così".

Quando si è protagonisti di una Rivoluzione di portata storica non ci si rende conto che il piccolo passo per quell'uomo è un grande passo per l'umanità e, anche dopo, poco dopo, all'umanità stessa non sembra poi di aver compiuto un così grande passo. 
Che ne sapeva quell'uomo che ha costruito il primo prototipo sgangherato di ruota che avrebbe segnato un'era? Che avrebbe distinto una bestia umanoide da un Uomo? E quello che si è messo a scarabocchiare roba su una tavoletta di pietra che ne sapeva, in quel momento, che stava segnando un'altra tappa tra un altra bestia e un altro Uomo? E, ancora, erano consapevoli gli uomini che si sono fermati in un posticino comodo comodo vicino al Tigri solo perchè non gli andava più di girovagare, che stavano fondando le basi per un altro Uomo, diverso e migliore da quello che erano loro stessi, barbari e rozzi? Loro certamente non lo sapevano.
Probabilmente la consapevolezza delle imprese che fanno la storia è arrivata dopo... Lo sapevano certamente i Greci, ed in particolare gli Ateniesi, che erano meglio dei popoli che abitavano a qualche centinaio di kilometri da loro, che la loro invenzione della "polis" li rendeva migliori dei pecorari che erano stati qualche secolo avanti e dai pecorari che trovavano intorno. L'orgoglio si è perso presto per strada in realtà perchè all'uomo, come dicevamo, piace piangersi addosso. Già i Romani non si sentivano migliori dei Greci e sentivano l'esigenza di rifarsi alla grecità per essere migliori e, già che c'erano, facevano tappa un secondo in Egitto a rubare un po' di scienza, nella consapevolezza, però, che meglio del loro forte coraggio connesso con la grande cultura greca e la sconvolgente scienza egiziana, non ci potesse essere. Certamente i Romani si sentivano migliori quando realizzavano che non i Greci, non gli Egiziani, ma loro avevano conquistato il mondo. Tuttavia lo sapevano i Romani che il latino, quasi senza evoluzione alcuna, sarebbe stata lingua della più alta Europa per molti molti secoli dopo la loro caduta in miseria? Probabilmente non si aspettavano di cadere nemmeno da nessuna parte, probabilmente se avessimo chiesto ad un romano come vedeva il mondo tra qualche secolo non avrebbe risposto in modo molto diverso da come vedeva la sua società dalla sua sedia nell'osteria: stessa identica società, forse un po' migliore... Ma se lo augurava soltanto senza crederci poi molto. Del resto i secoli scorrono lenti e per molti degli stessi secoli la storia di chi li ha vissuti non appariva diversa da quella di qualche marmoreo antenato: cambiano i potenti ma la vita, bene o male, è sempre quella. 
Questo spirito che caratterizza l'umanità nel suo essere umana effettivamente poco considera le storiche evoluzioni.

è incredibile, infatti, come i Romani fossero sconvolgentemente uguali a noi anche se vivevano in modo molto diverso, talmente tanto diverso che a volte ci sembrano bestie, come dovevano sembrare i non-possessori-di-ruota ai fortunati-possessori-di-ruota e come ci sembrano oggi i non-possessori-di-ultima-tecnologia rispetto a noi, fortunati-possessori-di-smartphone. Per non parlare di quando ci rendiamo conto che non molto tempo è passato da quando, quelle bestie dei nostri bisnonni americani, non si sedevano accanto a gente di colore perchè... chissà per quale cavolo di motivo. Scommetto che non passerà poi molto tempo affinchè la nostra tecnologia venga considerata bestiale tanto quanto la convinzione che due uomini o due donne possano formare una famiglia normale. 
Riflettiamo un attimo: ogni epoca ha la sua battaglia... Non quelle battaglie bestiali, quelli sì, per davvero, per un pezzo di terra in più, ma quelle per i diritti delle persone, laddove "diritto" significa possibilità: la libertà di pensiero, di informazione, di scelta, di mangiare, di lavorare... Se leggiamo una carta costituzionale a caso... prendiamo quella italiana và... ci domandiamo se fosse davvero necessario scrivere roba tipo "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. " oppure una cosa tipo "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto."... Poi ci viene in mente che "mmh, effettivamente all'epoca era necessario dato l'andazzo!" e mentre lo pensiamo ci sentiamo migliori... Perché ora è normale... Certo, alcune bestie che non vogliono realizzare il progresso della storia ci sono anche adesso e sono questi che ci fanno pensare che la storia a nulla vale se non a perdere tempo. 

Ricapitolando: la storia non è sempre uguale a se stessa perchè altrimenti, viva Dio, non avremmo la certezza, ad ogni giro di giostra, di essere migliori, più umani e meno bestie di quelli del giro precedente ed il fatto che certe cose restano ancora lì, quasi da sempre, è solo perchè sempre lupi siamo e fatichiamo a perdere il vizio.

Io immagino l'umanità come un obeso di terzo grado steso sul pavimento, con una quantità di zuccheri nel sangue tale da essere sul punto di mangiarsi il cuore e con altrettanto desiderio di assumerne sempre di più... di mangiare e poltrire, poltrire e mangiare... roba che se passasse di lì un bambino con un gelato mangerebbe gelato e bambino. Ma la fame del grasso che spinge quel corpo sempre più in basso è contrastata da muscoli che vogliono alzarsi in piedi, liberarsi di tutto quell'inutile peso e correre via e anche da una mente che, quando non ottenebrata dalla pigrizia e dagli zuccheri che arrivano al cervello facendogli desiderare più zucchero ancora, desidera essere un atleta, desidera guardarsi allo specchio e piacersi. 

L'umanità desidera star bene e piacersi e, nonostante il grasso e la pigrizia di chi vuole sbattere quel corpo a terra, lentamente questo grassone da secoli compie la sua impresa, secolo dopo secolo si sta alzando liberandosi di alcuni suoi pesi e da un po' della sua pigrizia, con il suo progresso, la sua tecnologia, il suo amore scritto come graffiti vandalici tra bibbia, tregue, libri, costituzioni, quaderni di doglianza, striscioni, quadri, sculture, musica e poesie e tanto tanto altro ancora. L'umanità che lotta contro se stessa. 
Quest'uomo grasso è ancora grasso, è ancora in ginocchio e ancora desidera mangiare e arrendersi "perchè tanto non cambia niente" ma ogni secolo ha i suoi muscoli ed ogni muscolo fa la sua storia.

Quadro di Lucian Freud